Blog

L’occhio bionico per recuperare la vista perduta

BERGAMO. Occhiali da sole sul naso e un telecomando in tasca, per riprendere a vedere il mondo con occhi nuovi, anzi con l’«Occhio bionico». Così si chiama l’innovativa tecnica che permette di uscire dal buio a chi è affetto da retinite pigmentosa, una patologia che dall’iniziale perdita della visione notturna porta alla cecità. La procedura, messa a punto da Eberhart Zrenner, del Centre for Ophthalmology dell’Università tedesca di Tubingen, prevede l’impianto di un microchip sotto la retina consentendo di tornare a vedere. Questa tecnica all’avanguardia, che unisce medicina e tecnologia, è stata illustrata anche a Bergamo grazie ad una iniziativa del Centro di ipovisione e riabilitazione visiva dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, dal Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Bergamo e dal Centro Human Factors and Technology in Healthcare dell’Università di Bergamo. «Nella nostra struttura – spiega Zrenner – abbiamo in cura varie persone colpite da retinite pigmentosa, si tratta di una patologia che porta alla cecità attorno ai 40 o 50 anni. Quello che siamo riusciti a fare è soppiantare i fotorecettori dell’occhio con fotorecettori artificiali». Cioè i microchip: «Hanno una dimensione di tre millimetri per tre, uno spessore di 0,2 millimetri, 1.500 pixel – continua il medico tedesco – e vengono collocati sotto la retina, in altre parole dove arrivano le immagini. Qui giunge la luce che va a stimolare elettricamente le cellule residue e, in un processo fisiologico, il segnale viene incanalato verso il nervo ottico per raggiungere infine il cervello». La tecnica prevede anche l’impianto sottocutaneo dietro l’orecchio di un’antenna collocata a un cavo molto sottile: «Il paziente ha una scatolina da tenere in tasca grande come un cellulare, una sorta di telecomando con due manopoline con cui il paziente, che indosserà dagli occhiali scuri, può regolare la luminosità e il contrasto per vedere un’immagine grande quanto un tablet». Un miracolo tecnologico per molti degli assistiti nel centro tedesco diretto da Zrenner: «Metà dei pazienti ha una vista utile, vedono per esempio gli utensili come posate e piatti, notano la presenza di case e hanno il senso della lateralità, riescono a vedere le maniglie. Non sono aspetti di poco conto, se si considera che prima dovevano procedere in maniera tattile». Il momento in cui tornano a vedere è davvero emozionante: «Inizialmente c’è un silenzio molto toccante – racconta Zrenner -. Non dimenticherò mai lo stupore di quell’uomo che guardò per la prima volta il sorriso della fidanzata». Tanto è stato fatto per l’«Occhio bionico», ma il lavoro non è finito: «Abbiamo migliorato l’incapsulamento del chip – conclude – ora l’obiettivo a lungo termine è il miglioramento dal punto di vista tecnologico e della risoluzione dell’immagine». Zrenner aveva anche visitato il Centro di ipovisione e riabilitazione visiva dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, esprimendo i suoi complimenti: «La nostra grande sfida – commenta Flavia Fabiani, responsabile del centro – è la creazione di un parco tecnologico, che vede l’università, l’azienda ospedaliera e il territorio impegnati insieme affinché la tecnologia venga sempre più sfruttata, non dimenticando cioè il dialogo tra macchina e uomo».

 

Press-In anno VII / n. 2123 L’Eco di Bergamo del 27-09-2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Skip to content