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“La tecnologia ha cambiato la vita di noi ciechi e ipovedenti”

«L’essenziale è invisibile agli occhi», sussurra la Volpe al Piccolo Principe. «È una grande verità», afferma Mario Barbuto, 61 anni, che con l’invisibile fa i conti tutti i giorni. Direttore dell’Istituto Cavazza, è il nuovo presidente nazionale dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, una Onlus che conta circa 50mila iscritti, con sedi in tutte le province d’Italia. Diciamo ciechi, o è meglio non vedenti? (ride) «Capisco l’abitudine al politically correct. E che spesso dietro la forma c’è la sostanza. Ma il cieco è cieco. Come diceva un mio professore, ho caduto o sono caduto, sempre a terra ho andato». Cosa si intende per ipovedente? «È ipovedente legalmente riconosciuto chi ha fino a un decimo di vista. Ma la soglia dovrebbe essere alzata a due decimi». Chi si iscrive all’Uic? «Chi cerca un punto di riferimento, sostegno psicologico, consigli e anche aiuti concreti. Non è certo solo un fatto sindacale, di rivendicazione». Sono servizi riservati agli iscritti? «Aiutiamo e consigliamo anche chi non è iscritto. Se poi si avvicinano all’Uic, meglio». A proposito di aiuti concreti, quanto è utile la tecnologia? «È di grandissimo aiuto. Oggi ci sono ausili impensabili solo vent’anni fa». Qualche esempio? «La sintesi vocale, che permette di utilizzare, quasi appieno, tutte le funzionalità del computer». Come leggete i giornali? «Come Uic, grazie all’accordo con molti quotidiani, fra i quali il Carlino, offriamo la lettura dei giornali». Come funziona? «Riceviamo la versione digitale sul nostro server. Chi è abbonato, grazie alla sintesi vocale può ascoltare la lettura del giornale sul pc o lo smartphone». Libri? «Il formato e-book è leggibile dal computer. Ma l’ideale è il terminale Braille che si collega al pc. Perché un conto è ascoltare, un altro è leggere direttamente». Sono strumenti offerti dal Servizio sanitario nazionale? «L’elenco degli strumenti del Ssn è obsoleto, del ’99. Ci sono ausili che non esistono neanche più. Rezi ha promesso di riformarlo entro Natale. Ma non ha specificato di quale anno». Bologna è una città ‘facile’ per un cieco? «In generale sì. Qui c’è una grande tradizione, soprattutto grazie al “Cavazza”. Già negli anni 30, a Bologna i ciechi frequentavano le scuole pubbliche, cosa allora impensabile altrove». C’è rispetto per la vostra disabilità? «Sì. Bologna è una città confortevole per viverci. Molti di noi, venuti qui per studiare, ci sono rimasti». Com’è cambiata, negli anni, la vita di un cieco? «Radicalmente. Ed è cambiata anche la mentalità. Di fatto, anche grazie alla tecnologia, non ci è precluso nulla. Bisogna solo avere il coraggio di provarci». Un consiglio ai genitori con figli ipovedenti o ciechi? «Insegnategli, senza paura, a essere indipendenti».

Di Luca Orsi

Press-In anno VII / n. 2656 Il Resto del Carlinodel22-11-2015

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