Blog

La lingua dei segni per raccontare rabbia e passione

ROMA. Del testo teatrale di Mark Medoff scritto nel 1978 è ben più noto il film del 1986 con William Hurt e Marlee Matlin, premiata con l’Oscar di miglior attrice protagonista, adattato dallo stesso Medoff per il grande schermo. La storia del professore insegnante di logopedia in un Istituto per sordi e dell’amore a ostacoli con Sarah, che sceglie di autoescludersi dal mondo degli udenti, segnò l’irrompere di Hollywood in un campo poco/mai affrontato dal cinema. Ora un lavoro tutto italiano, «Figli di un dio minore», rende giustizia all’origine del lavoro, nato per il palcoscenico: lo spettacolo, con la regia di Marco Mattolini, sarà in scena da martedì al 22 novembre alla Sala Umberto. Protagonisti Rita Mazza nelle vesti della giovane Sarah, bella e intelligente ma anche spigolosa e introversa, e Giorgio Lupano, che si dice stregato dal ruolo. «Quel copione giaceva da trent’anni in un cassetto di Mattolini – ricorda l’attore – ma finora non s’era trovato il coraggio di produrlo per le difficoltà legate all’allestimento. Io ho iniziato un anno e mezzo fa a imparare la lingua dei segni, e ancora mi sento un novellino. Dalla scorsa primavera noi tutti partecipiamo a laboratori. A giugno sono iniziate le prove. Due interpreti sono sempre presenti». Del testo originale si recuperano iniezioni d’impegno andate perse nella trasposizione cinematografica: «Ci sono in Medoff riferimenti politici importanti – racconta Lupano – come ad esempio le rivendicazioni dei non udenti per veder riconosciuto il diritto a posizioni lavorative adeguate. Negli anni Ottanta, in America gli ospiti di una scuola per sordi bucarono le ruote di alcuni autobus per chiedere che ai vertici dell’istituto fossero presenti persone con sordità. Ma si ride anche molto, nello spettacolo: essere sordi non vuol dire essere depressi! E c’è la rabbia. Quando la Matlin vinse l’Oscar, alcuni furono orgogliosi, altri accusarono lo star system di aver solo puntato su una scelta ad effetto». Precisa il protagonista maschile: «Il linguaggio dei segni non è qualcosa di traducibile con le nostre parole. È fatto di espressioni, sguardi, coinvolgimento di parti del corpo. Le frasi sembrano scombinate. L’ordine sovvertito. Per me un altro modo di stare in scena». L’incontro con Rita Mazza? «L’abbiamo scelta dopo due minuti. Un’attrice professionista italiana che lavora fra la Francia e Berlino, perché da noi le occasioni sono solo nel teatro amatoriale. Un attimo è normale, quello dopo bellissima e sensuale come il copione richiede. Video e proiezioni ci aiuteranno a comunicare quel che gli spettatori non udenti non riescono a percepire, perché anche nel nostro pubblico immaginiamo una completa integrazione».

Di Laura Martellini

Press-In anno VII / n. 2545 Il Corriere della Sera del 08-11-2015

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Skip to content