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I Giochi Mondiali di Special Olympics: così si cambia il mondo

LOS ANGELES. I Giochi Mondiali di Special Olympics, organizzazione che si occupa di sport per persone con disabilità intellettiva, si sono aperti con una bella Cerimonia a Los Angeles e sono il più grande evento sportivo del 2015: circa 7 mila atleti di 177 Paesi che gareggiano in 20 discipline (alcune “unificate”, come le chiamano, cioè con atleti con e senza disabilità insieme). Ci sono anche gli Azzurri: 101, molti con le loro famiglie. Prime gare nella notte italiana fra domenica e lunedì (su Rai Sport e Fox Sport una rubrica quotidiana), chiusura il 2 agosto. A seguire alcuni dei motivi per i quali vale la pena seguirli.

Special Olympics è un’intuizione meravigliosa. Il mondo si cambia così. Anche attraverso lo sport. Ma in questo caso si va oltre. Siamo di fronte a quello che è diventato uno dei più grandi movimenti mondiali che si occupano di disabilità e, attraverso questo impegno, riesce a modificare la cultura e la società. SO, come si abbrevia usando le iniziali, vive la sua grande festa a Los Angeles e sarà un tripudio, perché si torna a casa, negli States: tutto è cominciato lì, in quei luoghi in cui Eunice Kennedy Shriver negli anni ‘60 ebbe la straordinaria intuizione di abbinare lo sport alla disabilità intellettiva e relazionale. Chicago, 1968. La storia parte da lì, ma in realtà è nata molto prima. Si tengono i primi Giochi mondiali di una organizzazione che avrebbe segnato nel tempo la vita di milioni di persone. “Special Olympics è un programma internazionale di allenamento sportivo e competizioni atletiche per le persone, ragazzi e adulti, con disabilità intellettiva”: si presentano così, ma è riduttivo. Bastano pochi, impressionanti numeri: vi sono coinvolti nel mondo oltre 4 milioni di atleti insieme alle loro famiglie, quasi un milione e mezzo di volontari per oltre 80 mila eventi l’anno. I Giochi Mondiali di Los Angeles, che nella notte italiana vivono la gioia della Cerimonia di Apertura, sono il più grande evento sportivo di questo 2015: 7000 atleti, impegnati in più di 20 discipline, e 3000 tecnici di oltre 170 Nazioni, con 30 mila volontari. La delegazione italiana è composta da 143 persone: 101 atleti, 39 tecnici e 3 dirigenti. E poi ci sono i familiari, parte integrante del programma.

Lo sport fa nascere cultura. Come nelle discipline unificate: atleti con e senza disabilità che gareggiano insieme. Per farlo si preparano per mesi, si allenano e vivono insieme. Un rapporto che cambia gli uni e gli altri. Fa capire che occorre passare dall’integrazione all’inclusione: chi nasce con disabilità, in questo caso intellettiva, non deve essere integrato nella società, ma deve avere già il suo posto. Fondamentale.

“Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze”. Sarà uno dei atleti presenti al Memorial Coliseum a pronunciare queste parole: è il bellissimo giuramento di Special Olympics e fa capire molto. Lo sport non è solo medaglie. Eunice Kennedy è morta nell’agosto del 2009. “Voi siete le stelle e il mondo vi sta guardando. Da oggi portate un messaggio in ogni villaggio, in ogni città, in ogni nazione. Un messaggio di speranza, un messaggio di vittoria”: era il 1987 ed Eunice usò queste parole con gli atleti e le loro famiglie, radunati a South Bend, nell’Indiana, per quei Giochi Mondiali. Dicono si impegnasse così per l’amore verso una sorella, Rosemary, con una lieve disabilità intellettiva. Poco importa. Quello che ha fatto rimarrà nella storia dello sport e della società.

di Claudio Arrigoni

Press-In anno VII / n. 1748 Blog Invisibili – Corriere della Sera del 26-07-2015

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