Estate “accessibile” in Europa con gli itinerari di “Le Vie del Nord”

Estate “accessibile” in Europa con gli itinerari di “Le Vie del Nord”

Si amplia ulteriormente la programmazione de “Le Vie del Nord” che mette a disposizione le proprie competenze nell’organizzazione di pacchetti di viaggio personalizzati per persone con disabilità. L’operatore organizza, infatti, 5 nuovi tour in strutture accessibili, dotate di tutti i confort. “I cinque itinerari che abbiamo creato – spiega Maria Teresa Omedè, Program Manager ­ sono di livello, non standard, già sperimentati per viaggiatori diversamente abili”. Norvegia accessibile, Isole Lofoten e Vesterålen: durata 8 giorni con quote da 2.255 euro, compresi voli aerei, noleggio auto, pernottamenti, crociera e safari fotografico. Norvegia accessibile, il sud e la regione dei fiordi ­ Fly&drive: durata 11 giorni con prezzi da1.430 euro, compresi voli aerei con SAS, noleggio auto, crociere sui fiordi e pernottamenti. Islanda accessibile ­ meraviglia della natura: durata 9 giorni con prezzi da 2.910 euro, compresi voli aerei con Air Berlin, noleggio auto e pernottamenti. Irlanda verde accessibile: durata 9 giorni con prezzi da 1.545 euro, compresi voli aerei, noleggio auto e pernottamenti. Russia accessibile: San Pietroburgo e Mosca: durata 8 giorni con prezzi da 3.145 euro, compresi voli aerei, pernottamenti, trasporto in auto privata “accessibile” con autista, visite e guida in italiano come da programma.

Travelnostop del 04­07­2016

I templi di Paestum senza piu’ alcuna barriera

PAESTUM. I templi di Paestum senza barriere: ieri è stato inaugurato il percorso integrato per disabili. Il primo a percorrerlo è stato il direttore del parco archeologico Gabriel Zuchtriegel il giorno prima del taglio del nastro.

«Nei mesi scorsi a Paestum ci siamo confrontati con le norme in materia di accessibilità – afferma Zuchtriegel ­ per creare il primo percorso integrato che va all’interno di un tempio greco ancora in piedi, la cosiddetta Basilica. Ma non volevo aprire questo percorso senza sperimentare in prima persona se è effettivamente praticabile. Il mio grande rispetto a tutti coloro che si muovono in carrozzella in un mondo che deve ancora fare tanto per l’accessibilità».

Dopo essere stati chiusi al pubblico per 20 anni, i templi di Paestum vengono dunque riaperti a tutti i visitatori. La Basilica, il tempio più antico dei tre monumenti dorici di Paestum, sarà accessibile senza barriere architettoniche tramite un percorso sperimentale, sviluppato, grazie all’autonomia concessa al parco archeologico di Paestum nell’ambito della riforma del ministro Dario Franceschini, con il supporto scientifico della Soprintendenza archeologica della Campania. Una novità assoluta, considerato che la Basilica non è solo l’unico tempio greco di VI secolo a.C. conservato così bene, ma ora è anche l’unico monumento di questo tipo in tutto il Mediterraneo dotato di un percorso che assicura l’accessibilità a tutti i visitatori. In contemporanea, si apre il tempio di Nettuno, edificato nel V sec. a.C. e tra i meglio conservati di quel periodo. I visitatori potranno di nuovo camminare tra le colonne dell’edificio monumentale che incantò già artisti e scrittori come Piranesi e Goethe. Il tempio sarà aperto in alternanza con quello di Athena, posto sul lato più alto della città antica di Paestum. «Questa volta – conclude il direttore – si tratta di una apertura stabile». Ieri sera in occasione della prima serata di apertura al pubblico della Basilica, dalle 21 alle 22, si è tenuto un evento di musica elettronica tra i templi con il deejay TY1. Oggi si affronterà il tema della difesa del patrimonio con la mostra “Possessione – trafugamenti e falsi di antichità a Paestum”, aperta fino al 31 dicembre 2016, a cura del direttore Zuchtriegel. Il biglietto di ingresso al Parco è di un euro.

di Angela Sabetta

La Citta’ di Salerno del 03­07­2016

Paralimpiadi: “Scarp de tenis” racconta la storia di Bebe Vio campionessa di scherma

MOGLIANO VENETO. “Non ce ne vogliano Federica Pellegrini e Tania Cagnotto, ma per noi il più bel sorriso della Rio de Janeiro olimpica sarà il suo: Beatrice Maria Vio, per tutti Bebe, 19 anni da Mogliano Veneto, provincia di Treviso. La sua è una storia che merita di essere raccontata, anzi, che deve essere raccontata”. È sulla copertina del nuovo numero di “Scarp de’ tenis” (giornale di strada della Caritas, edito a Milano) la fotografia di Bebe, raccontata da Alberto Rizzardi. A partire dal motto della ragazza: “Io posso fare tutto quello che io voglio fare”. Bebe “ora è un’adolescente come molte altre: va a scuola (quest’anno è l’anno della maturità), ama uscire con le amiche, optare ogni tanto per un paio di scarpe col tacco e, da buona veneta, concedersi pure uno spritz. Ma Bebe è anche una ragazza unica e straordinaria: lo diciamo una sola volta, perché, ecco, se c’è una cosa che la infastidisce, è proprio sentirsi dare continuamente della persona eccezionale”. Bebe ama lo sport e lo pratica fin da piccolissima: la scherma, in particolare, scoperta quasi per caso. Ma il racconto torna a una data: 20 novembre 2008. “Bebe ha 11 anni e viene colpita da una meningite fulminante: sopravvive, ma un’infezione provoca necrosi in varie parti del corpo e porta all’amputazione degli avambracci e delle gambe. Stop, potrebbe essere la parola fine ai sogni di gloria di una promessa della scherma italiana e una mazzata alle aspettative di una ragazzina solare, curiosa ed energica”. Bebe passa tre mesi e mezzo in ospedale, poi torna a scuola e, nel giro di due anni, riprende a gareggiare. “Di solito, nel corso di un incontro o di un’intervista – scrive Beatrice nella sua recente autobiografia – della meningite dico solo che l’ho avuta e che mi sono salvata, ma che hanno dovuto amputarmi le braccia e le gambe: non mi piace parlarne. Io non sono la mia malattia e la mia vita non è finita con quei 104 giorni che ho passato in ospedale. È vero, oggi non sarei come sono se non avessi avuto la meningite, ma io sono soprattutto una che ce l’ha fatta grazie allo sport”. A settembre, chiusi i giochi olimpici, il Brasile ospiterà anche le Paralimpiadi: Beatrice Bebe Vio è una delle atlete della nazionale italiana e difenderà i colori proprio nelle gare di scherma. Sarà a Rio a modo suo: “Con le mie due paia di gambe, le mie mani da Robocop e le mie cicatrici sul viso. Sono stata in televisione e mi hanno messo così tanto fondotinta in faccia che non si vedevano più: a me le mie cicatrici piacciono, fanno parte di me. Io il fondotinta lo uso per coprire i brufoli, mica le cicatrici. Non riesco a immaginarmi senza cicatrici e nemmeno a fare scherma con le gambe”. Bebe è stata campionessa mondiale nel 2015, due volte campionessa europea (2014 e 2016) e ora è giunto il pass staccato per Rio 2016, dove sarà l’atleta da battere.

SIR ­ Servizio Informazione Religiosa del 01­.07.­2016

La scalata estrema dopo l’incidente Lola pronta a sfidare El Capitan

Eleonora Delnevo è in sedie a rotelle dopo essere precipitata da una parete in Trentino nel 2015. In autunno tenterà di conquistare la vetta californiana. «Ho sempre avuto il viziaccio di una vita che va a mille».

«Non è proprio vera arrampicata, dai. E se pensi che ancora non ho imparato a risedermi da sola sulla sedia a rotelle quando finisco a terra…». Quella di Eleonora è una risata contagiosa, di pancia. Scherza, si schermisce, minimizza. Verrebbe quasi da crederle, non fosse che ad aspettarla c’è, nel parco californiano di Yosemite, El Capitan, una delle pareti di roccia più famose del pianeta. E lei, tra pochi mesi, la aggredirà a forza di braccia.

L’incidente in Trentino. Eleonora Delnevo detta Lola, 35 anni, è un’alpinista bergamasca. Poco più di un anno fa, in Trentino, mentre scalava una cascata ghiacciata con altri due compagni, un blocco di roccia e ghiaccio si è staccato dalla parete, trascinandoli a terra. La sua colonna vertebrale si è spezzata. E la sua vita è cambiata in quell’istante. O meglio: avrebbe potuto cambiare. Senonché, dice lei, «io ho sempre avuto il viziaccio di una vita che va a mille. So che adesso dovrei rallentare, ma non ci riesco, la testa è rimasta quella di prima!», e ride ancora. Quindi: kayak, pallacanestro in carrozzina con la SBS di Bergamo («Fantastici, ma loro sono in serie A e molto agguerriti, io ho ricominciato a lavorare e la sera sono distrutta…») e, ovviamente, la montagna.

La nuova sfida. «Ero ancora in ospedale quando Diego Pezzoli, uno dei miei compagni di arrampicata, mi ha detto: non pensare che non potrai fare più niente, ho già un’idea per te. E appena sono uscita me l’ha proposta: scalare El Capitan». Un sogno per tutti gli appassionati: un monolite di granito alto 2.300 metri, con pareti verticali che ne fanno una delle sfide più famose per gli alpinisti di tutto il pianeta. Eleonora ha detto sì, e ha iniziato ad allenarsi nella palestra Boulder&Co di Agrate Brianza, seguita da un fisioterapista di MovimentoPositivo. Intorno a lei si sono raccolti amici e compagni di cordata, virtuali e non, per aiutarla nelle spese quotidiane — la campagna di crowdfunding Loli Back To The Top ha raggiunto, con le sue magliette, ogni angolo del pianeta o quasi — e nella preparazione della sfida.

In autunno la partenza per gli Usa. Insieme a lei, tra fine settembre e inizio ottobre, partiranno in tre: oltre all’ideatore dell’impresa, Pezzoli (alla sua terza avventura sul massiccio californiano), l’inglese Andy Kirkpatrick (che El Capitan l’ha «conquistato» 29 volte, di cui una con compagni disabili) e l’italiano Franco Perlotto. Che è stato, nel 1986, il protagonista della prima solitaria in assoluto su una delle vie più conosciute del Capitan, Lurking Fear — il nome, «paura in agguato», la dice lunga — trascorrendo quattro giorni in parete. «Ho contattato Lola via Facebook — sorride lui —. Ho saputo che vuoi andare sul Capitan, le ho detto. Be’, io un pochino lo conosco, ti va se vengo con voi?».

L’attrezzatura speciale. Una volta nato il gruppo, c’è stato da pensare all’attrezzatura. «L’imbrago che userò è particolare — spiega Eleonora — e nasce per il parapendio. Ti consente di stare seduta e di scaricare il peso delle gambe, che altrimenti graverebbe tutto sul tronco». Il meccanismo è già stato sperimentato ma bisogna «tararlo» sulle esigenze individuali: «Arrampicare in questo modo non è così immediato. In allenamento sto facendo un lavoro tarato sulla muscolatura, con sospensioni, trazioni». Perlotto non sembra preoccuparsi: «Eleonora ha due braccia incredibili e un rapporto pazzesco peso­potenza. L’unico punto delicato sono le manovre di corda». Anche perché l’ascesa tutto sarà fuorché una passeggiata. «La risalita è impressionante — racconta Perlotto —. È un salto di 6­700 metri, la via più breve, ma anche più a strapiombo. Sei sospeso su un vuoto assurdo». Quanto tempo ci vorrà? «Almeno tre giorni interi, con due, forse tre bivacchi sospesi su parete. Non è un gioco per nessuno, salire sul Capitan».Un’impresa spettacolare, che necessita preparazione e materiali — carrucole autobloccanti, imbrago nuovo. «È stato Andy a suggerire l’imbragatura specifica per questa ascesa, e ha raccolto di persona i fondi tra gli alpinisti inglesi», spiega ancora Perlotto. Perché questa, in fondo, è una storia di amicizia. Eleonora lo ripete: «La mia fortuna è che ho trovato un gruppo fantastico». Vale per il kayak, la palestra, la riabilitazione. E, ora, per i tre che la accompagneranno nella sfida a El Capitan.

Di Gabriela Jacomella

Il Corriere della Sera del 30­.06.­2016

 

La “Ottava Misericordia”, l’opera tattile di Giuseppe Controne accanto al capolavoro del Caravaggio

NAPOLI. Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, accudire i carcerati, seppellire i morti. Queste le sette opere che Cristo consiglia nei Vangeli per ottenere la misericordia divina. Nel 1607 Caravaggio ebbe l’intuizione di riunirle tutte in un’unico, splendido dipinto, ancora oggi esposto nel complesso monumentale del Pio Monte di Misericordia a via Tribunali. Quattro secoli dopo, l’artista napoletano Giuseppe Corcione, affianca alla tela un’“Ottava Misericordia”, installazione che ha richiesto tre anni di lavoro, in esposizione da mercoledì 29 alle 18.30. Si tratta di una scultura tattile, appositamente realizzata per la sua speciale location, che si fa “medium”, tra il pubblico non vedente ed il capolavoro del Merisi. In tal modo, una fetta di persone inevitabilmente escluse dallo spettacolo del quadro, può provare a “quardarlo” attraverso il tatto. Ed è questa, l’“Ottava misericordia” di Corcione: la fruizione universale dell’arte. “In un momento storico ­ dice l’artista ­ dove intere popolazioni sono private della loro identità sentendosi smarrite, la nostra “cura” è compiere “opere di misericordia” e ogni volta che ci prendiamo cura dell’altro stiamo curando noi stessi” Il suo lavoro, il primo bassorilievo tattile foggiato nel sud Italia, è stato realizzato con la tecnica di fusione a cera persa in alluminio dalla fonderia nolana del Giudice. L’opera, il cui progetto è stato accolto con entusiasmo dai governatori del Pio Monte di Misericordia, diretto da Alessandro Pasca di Magliano,e dalla sezione provinciale napoletana dell’“Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti” e del “Movimento Apostolico Ciechi Nazionale”, ha ottenuto il patronato dalla fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

(paolo de luca)

La Repubblica del 27­06­2016

Nuova edizione di “Doppio Senso” alla Guggenheim di Venezia

Tra visite guidate e laboratori, partirà il 25 giugno un nuovo ciclo di appuntamenti nell’àmbito del Progetto “Doppio senso: percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim”, tramite il quale il noto museo veneziano sta creando un percorso di accessibilità e realizzando un processo di sensibilizzazione alla conoscenza attraverso il tatto, conducendo il pubblico con e senza disabilità visive alla scoperta di una serie di capolavori. Dopo il successo di Doppio Senso: percorsi Tattili alla Collezione Peggy Guggenheim, innovativo progetto seguito anche dal nostro giornale, con il quale nell’autunno dello scorso anno il noto museo di Palazzo Venier dei Leoni di Venezia ha aperto il proprio patrimonio artistico al pubblico con disabilità visive, iniziando un processo di sensibilizzazione alla conoscenza dell’arte attraverso il tatto, sta ora per cominciare un nuovo ciclo di appuntamenti, nell’arco di dodici mesi e con cadenza mensile, a partire da sabato 25 e domenica 26 giugno. Durante tali appuntamenti, è prevista dunque un’altra serie di visite guidate e laboratori per non vedenti, ipovedenti e vedenti, adulti e bambini, portando i partecipanti ad approfondire ulteriori opere della Collezione, in un percorso che, dal figurativo all’astrazione, condurrà alla conoscenza e a una lettura inedita non solo degli artisti, ma anche delle avanguardie storiche amate e collezionate da Peggy Guggenheim. «In questa sua seconda edizione – spiegano dalla Collezione Guggenheim – Doppio Senso prenderà il via da Studio per Piper (1965) di Mario Ceroli, opera della mostra temporanea Imagine. Nuove immagini nell’arte italiana 1960­1969, esposizione che, con la sua carica fortemente evocativa e immaginifica espressa sin dal titolo, ben si colloca nel processo di formazione dell’immagine mentale in persone vedenti e non vedenti. Le percezioni acquisite dai fruitori man mano che l’analisi, anche di opere della collezione permanente, procede, si integrano progressivamente l’una con l’altra, dando luogo a rappresentazioni mentali via via più ricche e complesse. Il progetto ideato e curato da Valeria Bottalico assumerà quindi quest’anno una rilevanza culturale ancora più significativa, per l’assoluta importanza dei singoli lavori analizzati, che rappresentano i principali movimenti artistici del XX secolo. E per l’occasione saranno proposte più sequenze di lettura delle opere, per spiegarne i passaggi e favorire la ricreazione dell’immagine mentale, attraverso anche una pluralità di rimandi tematici, una graduale progressione dall’informazione base a quella più dettagliata». Da segnalare che alcune opere della Collezione verranno riprodotte in rilievo per la fruizione tattile e accompagnate da schede tecniche descrittive redatte in braille e in carattere grafico ad alta leggibilità. I testi delle schede saranno scaricabili in formato testo e audio all’interno della pagina web dedicata al progetto, sia in italiano che in inglese. Come poi nel corso della prima edizione, al termine di ogni esplorazione tattile condotta da Valeria Bottalico – che è ricercatrice e formatrice in àmbito di accessibilità museale e componente di ICOM Italia (International Council of Museums) – vi sarà un laboratorio con il noto scultore non vedente Felice Tagliaferri, che aiuterà a consolidare l’immagine mentale formata dell’opera d’arte fruita.

Nato con l’obiettivo di promuovere il ruolo sociale ed educativo del museo come luogo di incontro e di inclusione, contribuendo alla conoscenza e alla diffusione accessibile dell’arte moderna e contemporanea, il Progetto Doppio Senso, ricordiamo in conclusione, si avvale della collaborazione dell’Istituto dei Ciechi di Milano e dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), oltreché del patrocinio dell’ICOM Italia. (S.B.)

Il Teatro dei Sensi, lo spettacolo fatto dai non vedenti: il pubblico bendato e accompagnato

Giocare con il buio, bendati e presi per mano da non vedenti, accompagnati in un percorso sensoriale. E’ questa la sfida dei sensi e degli affetti organizzata dalla Compagnia teatrale “Punti di vista” in scena fino al 26 giugno al Sant’Alessio, centro regionale Margherita di Savoia per ciechi, per sensibilizzare ai temi della disabilità visiva. Si tratta di un percorso di teatro dei sensi, dal titolo “La sorgente dei sogni” Gli spettatori entrano singolarmente nel labirinto sensoriale e interagiscono con gli attori. ROMA. In una prima fase si entra bendati e accolti dagli attori con cui insieme si attraversano varie stanze e si rinuncia per qualche minuto al senso della vista e si prova a godere degli altri sensi facendo esperienza delle risorse personali, non sempre sfruttate appieno, che permettono comunque di camminare. Un vero e proprio viaggio in cui sono stimolati tutti i sensi: olfatto, tatto, udito e gusto. Ad esempio facciamo toccare degli oggetti e ogni persona, in base alla propria esperienza, collegherà a quell’oggetto un ricordo particolare. Ogni esperienza sensoriale è diversa per ciascuno di noi: l’odore dell’alcool a qualcuno ricorderà la nonna che fa le pulizie, ad altri il disinfettante dell’ospedale. La memoria trasforma una esperienza sensoriale in positiva o negativa: il nostro obiettivo è quello di portare chi partecipa al nostro spettacolo in una dimensione onirica. Cerchiamo di ricreare le percezioni sensoriali tipiche dei sogni e trasmettere il bello del sognare” racconta il regista Valerio Sannetti. Sono la prima compagnia autonoma di non vedenti: formata da 5 attori, che si occupano di tutto dalla regia, scenografia, costumi e testi. La Compagnia Punti di Vista è una associazione culturale nata nel 2009 quando un gruppo di studenti ciechi dell’università La Sapienza di Roma ha messo in scena lo spettacolo dal titolo “Il modo migliore di incontrarsi e perdersi” con la regia di Enrique Vargas. La rappresentazione ottiene subito ottimi consensi di critica e di pubblico, tanto da vincere la seconda menzione speciale al festival internazionale di Varsavia. Solo a Roma vengono fatti tre cicli di repliche. Con la nostra compagnia Punti di Vista giriamo l’Italia per creare dei labirinti sensoriali. Le finalità di questo teatro sono: uscire fuori dalla tirannia della vista e di essere guidate ad una maggiore attenzione consapevole ad alcuni dei nostri sensi come: tatto, olfatto e udito e sperimentare emozioni positive attraverso la relazione di collaborazione e fiducia che si instaura tra attori e partecipanti. «È stata una grande emozione», racconta Emanuela, una delle attrici della compagnia. «Al termine di ogni spettacolo chiediamo alle persone di scrivere le loro impressioni: I nostri applausi sono gli scritti che ci lasciano, la dimostrazione che abbiamo fatto bene il nostro lavoro. Il commento più bello è stato quello di un uomo di 80 anni che si è commosso nel rivivere alcune esperienze sensoriali durante la nostra rappresentazione. Eravamo riusciti a tirare fuori il bambino che era in lui e a concedergli un po’ di tempo per riflettere sulla sua vita. tirare fuori il bambino che era in lui e a concedergli un po’ di tempo per riflettere sulla sua vita. Lavoriamo molto sulla memoria: anche se ripetiamo per ore la stessa parte, ogni volta è come se realizzassimo uno spettacolo diverso perché è la singola persona che attribuisce significati differenti». Lo spettacolo dura 40 minuti ed ha un costo di partecipazione di 10 euro. L’orario è dalle 17.00 alle 20.00 con ingresso ogni 5 minuti. È obbligatoria la prenotazione al numero 347.47 64 836.

di Cristina Montagnaro

Il Messaggero del 23­06­2016

Una mappa per musei e hotel accessibili a tutti

SIRACUSA. Siracusa fa sul serio nel percorso della piena accessibilità turistica. Nasce infatti “Guidabile – il tempo libero accessibile a tutti”, la piattaforma web e mobile per trovare luoghi e locali accessibili. I primi 300 luoghi sono stati già mappati tra strutture ricettive, infrastrutture urbane, monumenti, musei, parchi, spiagge, locali e centri commerciali. Il progetto ha il sostegno del Comune di Siracusa, della Fondazione di Comunità Val di Noto, e di una serie di partner come Impact Hub, Sicilia Turismo per Tutti, Confindustria Siracusa e sponsor tecnici come le Cooperative sociali l’Albero Onlus, Esperia 2000, Start & Go Onlus, l’Arcolaio, Free Wheeling Tour, Baby in Travel, Impronta Team, Pixel per Pixel. Tutti hanno ribadito che c’è ancora molto da fare per avere una città accessibile, ma questo è un inizio importante. Intanto sono stati premiati i tre siti maggiormente mappati che hanno ottenuto un grado minimo di accessibilità: al primo posto l’Hotel Mercure, al secondo il Parco commerciale Belvedere e al terzo posto il Museo regionale archeologico Paolo Orsi. “Essere accessibile – ha spiegato Nadia Trovato del team Guidabile a Travelnostop.com ­ è un vantaggio per tutti. Purtroppo in Italia solo il 20% delle attività commerciali lo è. Abbiamo voluto creare una piattaforma web e mobile che trova e premia luoghi e locali accessibili e confortevoli. Una guida dell’accessibilità che utilizza contenuti generati dagli utenti. L’obiettivo è ottenere una base dati di qualità grazie alla partecipazione attiva dei cittadini”. “Mappare è semplice – ha continuato Valentina Amico di Guidabile ­ tramite un sistema di stelline e possibile valutare e recensire utilizzando parametri uguali come il parcheggio, l’ingresso, l’ascensore, gli spazi interni e gli spazi esterni, i servizi igienici. In 20 giorni quasi 100 giocatori e 32 associazioni hanno mappato 300 luoghi unici per un totale di 450 recensioni. Nel dettaglio il 39,4% appartengono alla categoria pizzeria, ristoranti, pub, gelaterie; il 23,1% negozi e centri commerciali e il 10,6% cultura, musei e teatri, gallerie d’arte e cinema. Purtroppo c’è ancora tanto da lavorare per ottenere il luoghi giusti: la sfida però continua”.

Quotidiano di Sicilia del 22­06­2016

“Casa Satellite”, dove i genitori si allenano al dopo di noi

PAVIA. Dal 2010 a Pavia è stato avviato un servizio che prepara alla vita indipendente ragazzi con disabilità intellettiva e le loro famiglie. Si chiama “Casa Satellite”, è un appartamentoscuola in cui i ragazzi abitano in autonomia 5 giorni al mese, per allenarsi a vivere da soli. La peculiarità? Il percorso per i genitori, parallelamente ai figli. La legge sul “dopo di noi” approvata nei giorni scorsi afferma alcuni principi che già vengono sperimentati in molte realtà che si occupano di disabilità intellettiva relazionale (abbiamo presentato nei giorni scorsi diverse esperienze che hanno ispirato anche la legge nazionale). Il primo è il diritto di scegliere dove vivere e con chi vivere ovvero la possibilità, per me persona con disabilità, di creare uno spazio di vita dove non solo le “mie cose” trovano spazio ma dove posso sviluppare relazioni arricchenti con chi vive con me e intorno a me. Una casa vera, dove sono io il padrone della mia vita. Ma in che modo noi genitori possiamo aiutare i nostri figli a scegliere? In che modo possiamo capire di quanti e quali sostegni hanno bisogno? Come possiamo organizzarci e conoscerci, noi famiglie, in modo da poter garantire un futuro sereno a noi e ai nostri ragazzi? La convivenza non è un percorso senza ostacoli, ognuno di noi porta nella relazione la sua individualità, le sue abitudini, le sue capacità pratiche, per le persone con disabilità intellettiva/relazionale e le loro famiglie non è diverso. C’è bisogno perciò di un momento di conoscenza reciproca. Per rispondere a queste e ad altre domande Anffas Pavia onlus ha mutuato un progetto sperimentale creato da Anffas Trentino e l’ha adattato alle esigenze dei suoi soci e del suo territorio. È nata così “Casa Satellite”, un complesso percorso che coinvolge tutta la famiglia: iniziato nel 2010 come progetto sperimentale, è ora un servizio offerto dall’associazione. È attivo sul territorio del Comune di Pavia, risponde alla necessità di preparare alla vita indipendente le persone con disabilità intellettiva e/o relazionale ed è finalizzato a promuovere l’emancipazione delle persone adulte con disabilità dai genitori/familiari prevenendo e contrastando il rischio di fenomeni di istituzionalizzazione come previsto dalle linee di indirizzo delle politiche a sostegno della disabilità definite dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (art 19), dal DPR del 4 ottobre 2013 che promuove la deistituzionalizzazione e suggerisce la creazione di progetti propedeutici alla vita indipendente, dalle ultime disposizioni legislative di Regione Lombardia in materia di residenzialità per la disabilità e dalla legge, appena licenziata dal Parlamento italiano sul “Dopo di noi”, ” Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare” (art 4 d). “Casa Satellite” è un appartamento­scuola in cui, a piccoli gruppi e a turno, i ragazzi e le ragazze che hanno aderito al progetto trascorrono circa 5 giorni al mese organizzando, più o meno autonomamente, la loro vita quotidiana gestendo la spesa, cucinando, avendo cura di se stessi e dell’appartamento. I gruppi hanno intensità di sostegni diversi a secondo delle capacità che i ragazzi hanno sviluppato negli anni. Un’equipe multidisciplinare monitora il percorso di ogni ragazzo/a e modula gli interventi e i sostegni adeguandoli ai bisogni individuali e al ogni ragazzo/a e modula gli interventi e i sostegni adeguandoli ai bisogni individuali e al Progetto Educativo Individuale. La peculiarità del progetto “Casa Satellite” consiste nel percorso che i genitori effettuano parallelamente ai propri figli. Il percorso, guidato e supportato da psicologi, ha lo scopo di consentire l’elaborazione e la riflessione sui propri sentimenti rispetto al distacco, la conoscenza reciproca e la valutazione su quale sia il supporto che ogni famiglia può mettere in campo nel momento in cui si manifesti la scelta dei figli di vivere al di fuori della famiglia d’origine. Da qualche anno anche i fratelli e le sorelle dei “Satelliti” hanno cominciato un percorso di conoscenza del progetto e dei partecipanti, acquisendo maggiore consapevolezza delle aspirazioni e delle possibilità che manifestano i loro fratelli. Allo scopo di rendere coeso il gruppo dei “Satelliti” e capire le dinamiche relazionali tra loro è attivo un laboratorio di teatro sociale che, alla fine del percorso annuale, porta in scena performance di grande impatto emotivo, molto apprezzata dalla cittadinanza, dove emergono i vissuti e il sentire dei ragazzi. L’inizio del percorso di “Casa Satellite” è stato facilitato dal co­finanziamento concesso da Fondazione Cariplo; successivamente il servizio ha beneficiato di una donazione da Fondazione Banca del Monte di Lombardia e da donazioni di privati. Per “Casa Satellite”, Anffas Pavia onlus, ha stipulato una convenzione con il Comune di Pavia grazie a cui riceve una piccola contribuzione annuale. Le famiglie contribuiscono con una retta mensile di 197 € che comprende la gestione ordinaria della casa (utenze, cibo ecc), gli operatori educativi e quelli di supporto (psicologo, psicodrammista e altri). Da anni Anffas si è resa conto che, per programmare la migliore qualità di vita per i figli dei propri soci, è necessario programmare momenti di formazione che coinvolgano tutta la famiglia. Specialmente in questo momento storico, dove la famiglia è “al centro” e sostiene sempre più il peso della presa in carico, è indispensabile studiare soluzioni per il “dopo di noi” che non inficino il lavoro svolto dai genitori sui propri figli, ma che possano garantire una ottima qualità di vita per tutta la famiglia. “Casa Satellite” vuole essere il luogo dove si prepara il futuro attraverso la formazione, la condivisione, la conoscenza, dove può essere definito il Progetto di Vita orchestrandolo con tutti i soggetti coinvolti, per non trovarsi impreparati quando, come genitori, non saremo più in grado di supportare adeguatamente i nostri figli, disegnando per loro e con loro, in anticipo, le condizioni che li renda cittadini pienamente inclusi nel tessuto della società. di Maura Cattanei

Vita.it del 20­06­2016

Sausset: l’uomo senza braccia e gambe che corre la 24 Ore

LE MANS. Per Frédéric Sausset la vita pareva finita nel 2012. Quel giorno, certo non immaginava di correre, soltanto 4 anni più tardi, addirittura la 24 Ore di Le Mans, diventando il primo quadriamputato a farlo. Non poteva nemeno pensarlo quel giorno di luglio del 2012: era in vacanza, aveva appena 43 anni e una certa passione per i motori. Una ferita al dito, nulla di preoccupante, trasformò la sua esistenza in una tragedia: l’infezione, la setticemia a causa di un un battero ­ lo streptococco di tipo A ­ resistente alle cure. Si diffonde a tutto il corpo, il verdetto è devastante: bisogna amputare. Una mano, l’altro braccio, entrambe le gambe all’altezza del ginocchio. Un corpo atletico quadriamputato, trasformato per sempre, mutilato. Pareva davvero la fine. Lui il sogno di correre quella gara mitica l’aveva sempre avuto: già prima dell’incidente che avrebbe soconvolto la sua esistenza s’era adoperato per mettere insieme sponsorizzazioni sufficienti, per trovare la macchina: molto più di un sogno, un obiettivo reale. Per chiunque, la sciagura avrebbe significato abortire i sogni, chiudere per sempre quel capitolo della vita in cui era lecito fantasticare su una giornata al volante di corsa nel mito. Sausset, pilota senza arti in pista nella 24 ore di Le Mans Paradossalmente, invece, per Sausset l’imprevisto drammatico è servito solo a rinsaldare il suo desiderio di correrla, aliemntato dalle imprese di chi, come l’italiano Alex Zanardi, anche di fronte alla menomazione fisica non ha rinunciato all’ambizione sportiva. Un ruolo centrale, probabilmente decisivo, lo esercita durante la sua faticosa riabilitazione Christophe Tinseau. E’ un pilota professionista, coetaneo di Sausset: lo affianca, alimenta quel sogno, apparentemente irrealizzabile, si fa convincere che ­ sì ­ è ancora possibile correrla, quella gara. Sarebbe più facilòe avendo un team già organizzato. Ma la coppia riesce a trovare un prototipo da guidare, una Morgan­Nissan, del tipo Lmp2. Un bolide, che però per essere guidata da Sausset con le sue menomazioni ha bisogno di modifiche sostanziali. un volante particolare, connesso a una protesi. Una centralina posizionata all’altezza delle cosce attraverso cui riuscire a gestire acceletarore e freno, che con le gambe non può certo toccare. Chi crederebbe in lui? Nessuno. Eppure il primo risultato è sorprendente. Solo 3” più lento di un professionista. Gli sponsor arrivano, l’aeuipaggio ­ con il solito Tinseau e Bernanrd Bouvette ­ pure. Si presenta al via, e già essere al box 56, lo spazio riservato a auto fuori categoria, è un trionfo. La 38esima posizione finale, certifica che quello di Sausset non è nemmeno un successo. E’ un miracolo sportivo.

La Repubblica del 19­06­2016

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