AIME – sulle immagini di Roberto Zappacosta

AIME – sulle immagini di Roberto Zappacosta
(di Enrico Carli)

 

07 Settembre – 31 Ottobre 2019  

 

C’è ben poco di chiaro in queste immagini oblique, sgranate, analogiche,
oniriche. Sembrano smaterializzarsi sotto i nostri occhi come rapidi flash
della mente, impressioni e racconto dell’inquietudine, dello stato confusionale
o del trapasso. I cimiteri sono un soggetto costante per Zappacosta, anzi
potremmo dire che la sua produzione fotografica (Quiete, DimensioneIncompresa)
è dedicata interamente al culto dei morti. Illustri, in questo caso.
Siamo a Parigi, al Père-Lachaise. C’è una donna raccolta sulla tomba di
Marcel Proust, l’autore della Recherche. Un cielo e dei rami che si fondono
in un sepolcro (quello di Jim Morrison, ma che potrebbe essere di chiunque).
Ma siamo anche al Centre Pompidou e al Musée d’Orsay. Un water del
Beaubourg; una palla che riflette un cubo; degli stivaletti in primo piano e un
uomo in frac, che guarda altrove; i tetti di Parigi visti dall’audace architettura
del museo d’arte moderna (alla realizzazione del quale collaborò Renzo
Piano). Ci sono degli angeli monchi, il naso adunco del profilo di una statua;
c’è poi il celebre dipinto L’Origine du Monde di Gustave Courbet, che lo
psicanalista-filosofo Jacques Lacan acquistò all’asta nel 1955 e dopo la sua
morte venne trasferito al Musée d’Orsay, dov’è a tutt’oggi esposto. I morti si
celebrano in vita così come i loro lasciti, le opere.

Aime, in francese, è una forma del verbo “aimer” (amare), prima e terza persona
singolare dell’indicativo presente, dal significato che oscilla a seconda
dell’impiego (amo/a, vuol bene, piace…). Ma è anche un imperativo presente
e acquisisce ben altro umore. Essendo però un singolo verbo privo di sostegni
sintattici, e in assenza di pronome personale, esso può esprimere un
desiderio senza oggetto, un apprezzamento privo di referente, un’imposizione
o l’espressione di una preferenza. Le possibili letture brancolano nel regno
delle ipotesi aggrappandosi a cedevoli margini di senso, a ciò che si sa
dei riferimenti. Allievo di Mario Giacomelli – che, grazie anche alla poesia
di Pavese, traslò l’immagine senza forma della morte in qualcosa che si potesse
vedere (nella serie Verrà la morte e avrà i tuoi occhi) – Zappacosta non
esorcizza la “signora con la falce” assegnandole un corpo, piuttosto sembra
cadere in trance fino a invischiarsi con essa. Vediamola, questa parola – trance:
“è uno stato psicofisiologico caratterizzato da fenomeni quali insensibilità
agli stimoli esterni, perdita o attenuazione della coscienza, dissociazione
psichica, che può essere indotto mediante ipnosi o autoipnosi.

Alcune persone – sensitivi, sciamani, medium ecc. – riescono ad ottenerlo spontaneamente”
(dal dizionario). È uno stato dell’essere, come l’ispirazione, che è
possibile ottenere anche spontaneamente, laddove si produce un diverso livello
di coscienza capace di restituirci qualcosa che ci appartiene, che diamo
per vero come un’esperienza premorte. In questo senso Zappacosta è puro
istinto. Non sta lì a fare la foto “bella”, lui si dissocia psichicamente. Non ha
intenzioni ritrattistiche o di denuncia, lui perde la coscienza. Sarebbe un errore
fissare questi scatti da svegli, in piedi, dopo aver preso un caffè, con accanto
qualcuno più o meno vigile di noi. Bisognerebbe poter visionare queste
immagini nel pieno del sonno o negli istanti che precedono il risveglio,
senza cognizione e vincoli di significato.

Ma appunto qualcosa, di questi riferimenti, la sappiamo: Marcel Proust ha ricercato
il tempo perduto e ne ha fatto un mondo immateriale abitabile con
tutti i sensi (per chi ne ha dubbi, il viaggio proustiano inizia proprio col senso
del gusto). Jim “il Re Lucertola” Morrison ha trasceso gli stati della coscienza
per poi consegnarci le sue celebri canzoni lisergiche; mentre Gustave
Courbet ci ha posto sotto gli occhi l’inizio ma anche la fine del mondo nel
suo dipinto forse più apodittico. Zappacosta – che evoca nei suoi scatti la
presenza di questi grandi artisti – pare invitarci a chiudere gli occhi per vedere
al di là del tempo, della coscienza e della continuità. Ci piaccia o meno,
l’esposizione si allestisce nel sonno della ragione, dove le visioni diventano
enigmatiche allegorie della nostra condizione spirituale.

 

#comparse (in ordine di sparizione):

Gustave Courbet

(1819-1877)

Marcel Proust

(1871-1922)

Cesare Pavese

(1908-1950)

Jim Morrison

(1943-1971)

Jacques Lacan

(1901-1981)

Mario Giacomelli

(1925-2000)

 

 

La mostra, curata da Paolo Monina, verrà inaugurata  Sabato 07 Settembre alle ore 19:00 e resterà aperta, anche su appuntamento, fino al 31 Ottobre.

 

Orari:

Settembre

Giovedì 17-19.30

Venerdì e Sabato 10-13, 17-19.30

 

Ottobre

Venerdì e Sabato 10-13, 17-19.30

 

Per informazioni:

SpazioArte della Fondazione A.R.C.A. – Onlus

V. F.lli Bandiera, 29

Senigallia

tel. 071 0975279

 

amministrazione@fondazionearca.org

segreteria@fondazionearca.org